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sabato 22 maggio 2021

La condanna: parte 2

Piove su Neo-Roma. Per tutta la vita ho odiato la pioggia. Eppure, adesso che le gocce mi passano attraverso, mi scopro a rimpiangerla.
Visto dall’esterno, l’onirografo è un edificio come tanti altri. Se non fosse per l’insegna luminosa a lettere gialle e rosse, si perderebbe nell’anonimato edilizio della città.
Una holoboard all’ingresso indica i prezzi. Dieci euro per un holodream di bassa qualità, venticinque per due holodreams decenti, settanta per il pacchetto da cinque e se tiri fuori duecento euro puoi comprare un’intera holoventure. Per chi soffre di afantasia, la malattia con la più alta crescita di numero di casi nel XXII secolo, l’onirografo rappresenta l’unica fonte di immaginazione indotta artificialmente, ma sono sempre meno coloro che vi fanno ricorso.
A quest’ora della sera la via dell’onirografo è molto trafficata, ma sono pochi coloro che entrano o escono dall’edificio. Uno dei passanti, che forse capita raramente in quella parte della città, commenta: «Toh! E chi si aspettava di vedere questo posto in attività. C’è ancora chi viene a spendere qui i soldi?»
La maggior parte, però, nemmeno degna di uno sguardo l’edificio. Vedo scorrere decine di occhi vitrei, illuminati solo dal lampo bluastro degli impianti neurocell. Tutti parlano, ma i loro interlocutori sono lontani centinaia, migliaia, milioni di chilometri, dall’altra parte del gigaweb che ci connette tutti.
Un pensiero divertente mi attraversa la mente: se un selvaggio dei pochi ettari che restano dell’Amazzonia venisse trasportato nel cuore di Neo-Roma e vedesse ciò che vedo io, penserebbe di essere di fronte a una torma di matti che chiacchierano da soli.
Ma poi un altro pensiero mi raggiunge e rende amara quella constatazione: anche io facevo parte di quella massa. Anche io percorrevo le vie della città perso tra mail, notifiche, bacheche, pagine web che il neurocell mi apriva nella retina dell’occhio sinistro.
Una ragazzina che avrà non più di quindici anni mi passa accanto, e intanto commenta l’ultima puntata di uno scadente show pomeridiano: «Certo che Cecilio è un gran puttanx! Nell’ultimo episodio di Androgini & Androgine ha ammesso di essersi fattx Ana mentre corteggiava Mormo…»
Due innamorati mano nella mano non si guardano, impegnati a dare comandi ai neurocell. Lui: «Ordina su Desire un regalo per Lara. Qualcosa di low-cost ma non troppo, non voglio sembrare greedy. Accedi al suo profilo per…» Lei: «Metti un like al post della Gina, della Suva, della Mena e della… anzi no, alla Suva metti un hug. Quel cagnolino fa così tanta tenderness!»
Dall’altro lato della strada, il volto pingue di un deputato italo-giappo-russo occupa un giga-screen: «Prima di parlare di drop della criminalità, vorrei far notare che il vanishing è stato introdotto in Italia da appena venti mesi e i suoi effetti non possono essere rilevati nel giro di un paio…»
Due salarymen si incontrano per strada e si salutano. Quelli della loro razza li riconosci subito dalle uniformi monocromatiche, di un grigio triste che ricorda il cielo nuvoloso. Ma più dei loro abiti spenti, delle occhiaie violacee e della calvizie precoce indotta dal troppo lavoro, mi colpisce lo stralcio di conversazione che riesco a sentire:
«Hai sentito di Pasquale? Schiattato. Morto. Kaputt»
«E di cosa?»
«Karoshi, pare»
«Ci avrei giurato. Era uno fragile»
«Già, certi lavori non fanno per tutti»
«Non posso dire che mi dispiaccia. Insomma, chi lo conosceva?»
«A me non dispiace per niente. Adesso c’è un posto libero in contabilità»
«E speri che vada a te?»
«Be’, ho bisogno di un aumento. L’holoscreen 250 pollici non si paga da solo. A proposito, vuoi venire da me a vedere il campionato dei nani…»
La mia attenzione è attratta dall’ingresso dell’onirografo. La porta automatica si spalanca e un omone di due metri e mezzo, dall’aria brutale ma non troppo sveglia, spintona sul marciapiede un vecchio brizzolato. L’uomo è così gracile da non riuscire a mantenere l’equilibrio e rovina al suolo, tra le risate di pochi e l’indifferenza dei più.
«Ancora un po’! Vi prego!» piagnucola. «Non potete scollegarmi così»
«Vattene, fuckin’ moron!» tuona il gigante. «Non vogliamo nessun dream-junkie qui! Va’ a disintossicarti!»
«Ma io ho bisogno di quei sogni» frigna ancora il miserabile. «La mia afantasia sta peggiorando. Mi sta uccidendo. Senza gli holodreams…»
Un calcio ben assestato dell’omone lo fa guaire di dolore, ma non lo zittisce: «La prego, mi faccia rientrare. Ho i soldi per pagare, posso…»
«Il padrone non vuole i tuoi soldi sulla coscienza, schifoso junkie! Buzz off!»
Solleva il pugno con aria minacciosa e di fronte a quel gesto il vecchio arretra sconfitto. La porta si richiude, la calca di curiosi si disperde.
Il miserabile si tira su a fatica. Nessuno lo aiuta, of course. Alla gente è bastato sentire che l’altro lo apostrofava come un drogato di holodreams per decidere di non averci niente a che fare. Inutile essere ipocriti, anche io l’avrei fatto. Non viene mai niente di buono dall’aiutare un onirodipendente.
Però adesso non ho più un corpo né qualcosa da perdere, quindi posso almeno seguire l’uomo per la curiosità di vedere dove andrà a rintanarsi.
Fluttuo nell’aria finché non gli sono accanto e lo osservo meglio: dai vestiti non si direbbe un poveraccio, uno di quei junkies ridotti al lastrico dalla propria dipendenza. È un uomo distinto, forse un salaryman in pensione, e questo mi fa provare ancora più pena per la sua condizione.
Non ha con sé un ombrello, o se ce l’aveva l’ha lasciato nell’onirografo. I suoi abiti si fanno presto zuppi d’acqua, i suoi fremiti di freddo si fanno più frequenti, ma non lo sento lamentarsi. C’è qualcosa di ammirevole in quello stoicismo.
«Un sole rosso sorge su Marte. Palpiti di vita fluorescenti nell’abisso delle Marianne», mugugna lungo il tragitto. «Lo splendore della vita mesozoica. Infinite mangrovie nelle selve del Carbonifero» Devono essere gli holodreams che fa nell’onirografo. «Le nebulose di Orione. I raggi B balenano tra le Nubi di Magellano» Vedo una lacrima argentea scendergli da un occhio.
L’uomo prende via Celio Vibenna, poi svolta verso l’intrico condomini che occupa l’ex-parco del Colle Oppio. Non è la zona migliore per passeggiare la sera, e difatti inizio a domandarmi che intenzioni abbia. Sempre che ne abbia una, chiaro. I palazzoni figli dell’edilizia sfrenata nascondono il cielo dietro le loro cime, rabbuiando quelle viuzze nonostante l’illuminazione artificiale.
«Ehi, vecchio!»
La voce poco amichevole di un uomo dal fisico possente rompe il silenzio, ma il vecchio continua a camminare e a biascicare frammenti di visioni oniriche, mentre gli occhi spenti vagano nel nulla.
«Parlo con te!»
Una mano appesantita da cinque pacchianissimi anelli si stringe attorno al colletto del vecchio. Calvo e con tutto quel metallo addosso, tra borchie e paramenti, il suo aggressore dev’essere il centauro di una qualche banda di teppisti. Un drago tribale gli decora la parte destra del volto.
«Dammi tutto quello che hai, vecchio! Tutti i soldi, forza!» è la minaccia che tuona subito dopo.
Mi viene spontaneo lanciarmi verso i due, come se potessi ancora intervenire fisicamente e salvare l’uomo dell’onirografo dall’aggressione. Un ultimo e vano gesto da good samaritan, diciamo così.
Per un istante, il «No!» del vecchio mi esplode nella testa.
Mi aspetterei di attraversare il suo corpo e ritrovarmi dall’altra parte, e invece un attimo dopo ho lo sguardo del thug boy inchiodato nel mio, le sue dita grassocce e forti che mi stringono la gola. Istintivamente serro il pugno destro e sferro un colpo al suo viso, il più forte possibile. L’omone emette un rantolo bestiale e mi lascia andare
Indietreggio di un paio di passi e guardo le mie mani. Sono le stesse del vecchio. E così le gambe più sotto, i piedi nelle scarpe di synthleath. Piego le dita e mi inebrio della sensazione di avere di nuovo un corpo fisico. Non so come, ma sto possedendo il vecchio.
Alzo lo sguardo al cielo e lancio un urlo euforico.
Ma la gioia ha vita breve e un dolore lancinante al ventre mi riporta alla realtà. Abbasso lo sguardo. Il manico di un coltellaccio, stretto nella mano del centauro calvo, sporge da una ferita sanguinante. Prima che possa provare a ritrarmi, l’uomo lo fa scattare verso destra e mi dilania ulteriormente le carni.
Faccio forza sulle gambe per rimanere in piedi, ma le ginocchia cedono all’ennesima scossa di dolore e crollo sull’asfalto.
«L’hai voluto tu, asshole!» tuona ancora una volta il teppista, prima di chinarsi su di me e frugarmi nelle tasche.
O meglio, fruga nelle tasche del vecchio, e quando trova la money-card si dilegua di corsa nella stessa direzione da cui è sbucato. Sì, fuggi, maledetto! Fuggi dopo aver commesso indisturbato il tuo evitabilissimo delitto.
Sento la vita dell’uomo scivolare via dal suo corpo martoriato e malandato. Morirò anch’io? Non è questa la domanda che mi preme di più. Piuttosto, mi chiedo: è per questo che fanno svanire i condannati? Sono questi i risultati a cui aspirano il deputato Curoscivo e il dottor Genelme, e le centinaia di deputati favorevoli al vanishing, e le migliaia di docs solerti a infliggerlo?
«Drop della criminalità un beato cazzo!», sibilo a denti stretti, prima di separarmi dal corpo del moribondo e lasciarlo al suo destino. 

sabato 15 maggio 2021

La condanna: parte 1

La sala è illuminato a giorno, così tanto che la luce quasi mi ferisce.
La sedia che occupo è la mia prigione. Cinghie di synthleath mi bloccano i polsi e le caviglie su quel trono maledetto. In nome della decenza mi hanno concesso almeno un paio di mutandoni neri, ma per il resto sono nudo.
L’uomo di fronte a me è il mio carnefice. Indossa la divisa dei pris-doc ed è giovane, non avrà più di trent’anni. Eppure nel suo sguardo non vedo traccia di vita. E’ come se avesse due biglie traslucide nei bulbi oculari. Deve aver inflitto lo svanimento a così tanti condannati da essere diventato una sorta di tristo mietitore in uniforme.
Sul lato destro del petto c'è un tesserino: DR. GUSTAF GENELME.
«Convict PO-0949-2364»
Alfredo. Il mio nome è Alfredo. Non sono una stringa di lettere e numeri a caso.
«Lei è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Trisha Ricciardi e di Sharon Todisco»
Abbasso le palpebre. I loro volti mi fissano sorridenti, come se non fosse successo nulla. Il collo della mia darling è ancora intatto, né i capelli di mia moglie sono imbrattati di sangue e di cervella. Chissà se hanno avuto la forza di perdonarmi, nell’istante in cui spezzavo le loro vite.
«Il suo caso mi ha sorpreso molto» continua il dottore. «Insomma, lei è un lett-prof, non il genere di persona da cui ci si aspetta un omicidio così brutal» Lo sento sospirare. «Perché ha scelto di non avvalersi di un avvocato difensore?»
Da parte mia, silenzio.
«Perché non si è nemmeno difeso da solo?» è l’inevitabile domanda successiva.
Di nuovo, silenzio.
«Oh well, sapeva a cosa andava incontro» conclude il mio interlocutore. «Le hanno già disattivato l’impianto neurocell nell’encefalo, quindi… let’s go con la condanna!»
Apro gli occhi.
Due cam-drones dalla forma sferica mi fluttuano attorno.
«Immagino sappia in cosa consiste il vanishing», continua il boia, mentre si china su di me per sistemarmi il laccio emostatico. «Ogni particella del suo corpo perderà la propria massa e si ridurrà a una semplice radiazione. Resterà cosciente, ma sarà intangibile. Ovviamente non posso escludere che prima o poi il debole legame che unisce le sue particelle si sfaldi. Però sappia che la sua condanna sarà un ottimo esempio. Nulla scoraggia il crimine meglio del timore di una punizione atroce. Da qui a dieci anni vedranno in questa forma di esecuzione una conquista del progresso»
Con lo sguardo seguo i movimenti delle sue dita, il picchiettio sul vetro della siringa per favorire la salita delle bollicine, poi la punta metallica che penetra nella carne. Lo stantuffo avanza e il liquido blu si sposta dalla siringa al mio corpo. È freddo.
Un secondo. Due. Tre. Nessuna reazione.
Dieci secondi. Uno sgradevole formicolio si dipana dalla zona della puntura giù lungo l’avambraccio, e su fino alla spalla.
Venti secondi. Il formicolio ha raggiunto le dita. Il braccio è scosso da uno spasmo improvviso. I tendini e le vene premono sotto la pelle leggermente sudata.
Trenta secondi. Il gelo della soluzione che mi hanno iniettato si sta tramutando in calore.
Quaranta secondi. Stavolta caccio fuori un urlo seguito dall’imprecazione più blasphy che mi suggerisca l’istinto. Il braccio arde dall’interno, eppure ho l’impressione che la pelle si stia facendo più pallida. Il reticolo delle vene bluastre si fa sempre più evidente.
Sessanta secondi. Il mio braccio sembra fatto di vetro, adesso, e così i muscoli, le ossa, le cartilagini. Là dove dovrebbe esserci un intero arto vedo solo un intrico di filamenti scuri che mi fanno tornare alla mente certi video didattici della scuola sul sistema circolatorio.
«I vasi sanguigni sono gli ultimi a sparire», mi dice il dottore. «Insieme agli organi interni. Guardi, se non ci crede.»
Solo allora provo il desiderio di vedere cosa sta succedendo al resto del mio corpo. Guardo il mio ventre: anche lì pelle e muscoli trasparenti, ma sotto il labirinto di capillari pulsa il groviglio rivoltante degli intestini. Le mie viscere! In bella mostra per il pubblico ludibrio! Soffoco a stento un conato di vomito.
D’istinto provo ad aggrapparmi ai braccioli, ma ormai non ho più consistenza e mi sento sprofondare nella materia di cui è fatta la sedia. Come se di colpo mi trovassi seduto sopra le sabbie mobili.
Il volto del dottor Genelme va sempre più up e io sempre più down. Quando gli occhi arrivano all’altezza del sedile provo persino a urlare, ma dalla mia bocca non esce alcun suono. E se anche uscisse, cosa potrebbero fare per aiutarmi?
Per qualche istante si fa tutto buio. La luce rispunta quando la mia testa è ormai al di sotto della sedia e l’ultima cosa che sento è il commento di Genelme: «Ormai è svanito. Bene, next one!»
Adesso sto sprofondando nel pavimento. La discesa è più rapida, forse perché le mie molecole hanno ancora meno massa a fare da ostacolo. E quando l’avranno persa tutta, what happens? Continuerò a scendere more ‘n’ more down, fino al centro della Terra e ancora oltre? O cesserò di essere cosciente prima che ciò accada, disgregato dalle forze fisiche? Forse sarebbe una benedizione, se l’esistenza che mi attende è quella di uno spettro incorporeo che guarda gli altri vivere.
And yet un’altra considerazione attraversa la mia mente: sto per sperimentare una condizione ignota agli uomini, a parte quei pochi sfortunati condannati come me al vanishing. Cosa potrei vedere? Cosa potrei scoprire? Quali possibilità mi aprirebbe trascendere la natura umana?
Con questo pensiero fisso nella mente mi protendo verso l’alto. Il dolore è ormai svanito e il mio corpo, per quanto privo di massa, continua a rispondermi come ha sempre fatto.

sabato 19 dicembre 2020

Cinque punti

«Si accomodi, signor D.»
Sono nervoso.
È la prima volta che mi trovo al cospetto di un censore dell’ufficio Inquisizione e Controllo Testi, l’ultimo ostacolo da superare se si vuole pubblicare un libro nel 2229. Il suo imprimatur è una di quelle cose per cui un letterato venderebbe la propria madre, o l’anima, o l’anima della madre.
Le mie dita si ancorano ai braccioli della poltroncina. Non sono mai stato bravo a bluffare in momenti di grande ansia, ma mi sforzo di fare in modo che la stretta delle dita sul rivestimento in ecopelle siano il solo segno della mia agitazione.
L’uomo di fronte a me è calvo e pallido. Sembra uno di quei manichini robotronici dei grandi magazzini, anatomicamente indistinguibili dagli esseri umani. Per un attimo il dubbio che anche il censore sia un androide mi sfiora la mente.
Abbasso lo sguardo sulla targhetta all’altezza del petto. NQS-1138. Solo sigle e numeri, nessun nome proprio.
«Come ben sa, signor D.», attacca lui, «dal 2152 è autorizzata la pubblicazione soltanto di quelle opere che rispettano i Cinque Punti stabiliti dal professor Démokritosz Čapek. I governi passati si sono impegnati così tanto per bandire il più possibile le dannose emozioni dell’animo umano e sarebbe un vero peccato se una novella o una canzonetta dovessero riaccenderle… concorda con me?»
«Indubbiamente», rispondo io.
Del resto, cos’altro potrei dirgli? Che odio visceralmente quelle maledette cinque regolette che hanno trasformato l’arte, o meglio ciò che ne resta, in qualcosa di freddo e insignificante? Che erano bei tempi quelli in cui si poteva scrivere liberamente un sonetto, un romanzo di fantascienza, un poema epico, una fiaba senza essere arrestati, incarcerati e lobo-rieducati forzatamente? No, grazie, ci tengo alla mia vita, prima ancora che al visto “si stampi” per la pubblicazione dei miei racconti.
Il censore mi squadra per qualche secondo. Forse intuisce che sto avendo pensieri perniciosi, o forse è solo sospettoso verso chiunque. Il suo volto non tradisce la minima espressione, il suo corpo è impassibile come quello di una statua. Dev’essere sicuramente arrivato a un alto livello di ataraxia, forse il settimo o l’ottavo, magari addirittura il nono, per poter essere così apatico. Non ho mai visto un essere umano così vicino al nirvana, l’ultimo stadio della scala M.O.K.S.A., la totale assenza di sentimenti e di emozioni, l’individuo ridotto a fredda e razionale efficienza.
So che l’attuale obiettivo è di portare ogni singolo cittadino almeno al settimo livello, quindi credo che presto o tardi tutto il pianeta sarà popolato solo da manichini di carne imperturbabili. Col mio misero livello di ataraxia non farei una bella figura in una società del genere.
Per fortuna, l’inquietante silenzio calato nell’ufficio è rotto ancora una volta dalle parole del censore: «Procediamo con l’analisi del suo scritto e la sua conformità ai Cinque Punti».
Pigia un paio di tasti sulla propria tablet-scrivania e genera una proiezione olografica di un documento. Capisco subito che si tratta della scheda di valutazione del mio lavoro, anche se dal mio lato della scrivania posso vedere le scritte al contrario. Non che mi serva leggere: ci pensa NQS-1138 a leggere per me.
«Primo punto: è vietato pubblicare opere che condannino esplicitamente o implicitamente il governo e le istituzioni o che minimo in maniera esplicita o implicita il consenso nei confronti dell’operato degli stessi. Il suo dattiloscritto rispetta questo punto.»
Mi sono impegnato con tutto me stesso a non parlare nemmeno di sfuggita di politica, e a quanto pare ho fatto bene. Il primo ostacolo è superato.
«Secondo punto: è vietato pubblicare opere che siano in versi o rimate, perché la poesia è potenzialmente pericolosa e sovversiva, soprattutto nel caso degli animi più deboli e delle menti più facilmente suggestionabili.
Il suo dattiloscritto rispetta questa secondo.» Per forza, è una raccolta di racconti.
«Terzo punto: è vietato pubblicare opere di argomento fantastico, intendendo con tale denominazione tutte quelle opere che tratteggiano mondi o epoche differenti da quella attuale o da epoche passate debitamente documentate e ricostruibili. Il suo dattiloscritto rispetta questo punto.»
Menomale che non mi sono dato al fantasy. E siamo a metà, altri due punti.
«Quarto punto: è vietato pubblicare opere che mettano in scena situazioni incompatibili con la morale pubblica e con la dottrina dell’ataraxia.»
Questa volta il censore non dice se il mio dattiloscritto rispetta il punto in questione, ma nemmeno se lo viola. Devo pensare a un lapsus involontario? Oppure dietro quell’omissione c’è qualcosa di più? Ma non ho tempo per scervellarmi al riguardo, perché arriva l’ultimo ostacolo. 
Quinto punto: è vietato pubblicare opere in cui siano descritti sentimenti violenti, illogici o comunque capaci di turbare l’animo umano. Purtroppo il suo dattiloscritto non rispetta questo punto…»
Faccio per aprir bocca, per giustificarmi, ma il pelato mi anticipa: «Le prime tre storie sono a posto, signor D. Il problema è la quarta. Mi pare si intitolasse Elogio…»
«Elegia materna», lo correggo. NQS-1138 annuisce. «Lei ha scritto un racconto in cui il protagonista veglia la madre malata terminale, consolandola e parlandole finché non esala l’ultimo respiro. Stilisticamente è una prosa ineccepibile, ma rischia di risvegliare pericolose passioni nell’animo dei lettori, non trova?»
«Non capisco a cosa allude», mento.
«Commozione, pietà, tristezza, pianto», elenca l’uomo con un crescendo di disgusto nella voce. Arrivato all’ultima parola, la pronuncia come se fosse la peggiore delle bestemmie e persino la sua maschera di imperturbabilità è smossa per qualche secondo da una smorfia.
«La cosa peggiore», continua, «è che questa storia va contro ogni buonsenso, signor D. Qual è il suo grado di ataraxia?»
Esito un paio di istanti prima di rispondere: «Cinque, censore».
Sto mentendo, in un certo senso. Sulla carta sono un livello cinque, ma solo perché un amico si è accollato la responsabilità di falsificare i documenti. In realtà sarei un livello tre, poco al di sopra delle bestie secondo la classificazione M.O.K.S.A.
«Persino un livello cinque come lei converrà che è profondamente deplorevole per un cittadino perdere tempo dietro un individuo ormai condannato dalla biologia…»
Qualcosa scatta in me. Bisogna essere davvero stupidi o sfacciati per interrompere un censore dell’ufficio Inquisizione e Controllo Testi, e io mi sono sempre vantato di non essere né l’uno né l’altro; ma questa volta non posso restare in silenzio.
Forse sono stanco di dover sempre chinare il capo, forse sono davvero orgoglioso del mio lavoro e non posso accettare che un racconto in cui ho profuso tutto me stesso venga liquidato così sbrigativamente. Ci ho messo l’anima per scriverlo, dannazione! Il modo in cui il protagonista ricorda l’infanzia povera ma piena di piccole felicità! La grazia con cui descrivo l’immagine che ha di sua madre da giovane, sorridente, quasi circonfusa di luce, persino dopo una massacrante giornata di lavoro! La poesia, il lirismo che ho saputo tirar fuori per narrare gli ultimi istanti di vita della donna! Non posso permettere che tutto questo venga cestinato.
Raccolgo a piene mani il coraggio e preciso: «Il mio racconto non vuole incitare all’attaccamento verso le persone morenti, censore. Mi piace pensare che dia una lezione completamente opposta. Il protagonista rivive nella mente tutti i ricordi felici con la madre e alla fine capisce che è giusto lasciarla andare, che la donna gli ha già dato abbastanza e che nulla può durare per sempre. E non è questo un insegnamento in linea con la dottrina dell’ataraxia?»
Vorrei che l’uomo di fronte a me ammettesse che ho ragione. Vorrei sentirmi dire “È come lei dice, signor D.”. Mi accontenterei persino di vederlo tentennare qualche secondo e spremersi le meningi prima di trovare qualche argomentazione che confuti la mia. Invece NQS-1138 replica senza battere ciglio: «Il problema è che vuole trasmettere questo messaggio in un modo sbagliato. Bisogna evitare a tutti i costi l’attaccamento affettivo, signor D., combatterlo alla radice. Lei, invece, vuole far passare il messaggio che è giusto affezionarsi alle persone, purché si riesca a lasciarle andare quando arriva il momento.»
«Stiamo comunque parlando di una madre…», cerco di far notare, ma vengo interrotto ancora: «Un genitore è solo un individuo che ci ha messi al mondo, dopodiché apparteniamo alla società. L’attaccamento filiale è la prima radice di ogni fallimento sociale, diceva il professor Čapek.» Chissà se il tanto illustre professor Čapek ha mai avuto una mamma e ha provato del bene per lei. E chissà se l’ha mai provato il censore che mi sta di fronte e che con il solito tono glaciale conclude: «Accetti un consiglio, signor D. Metta da parte questi sogni puerili da scrittore e trovi un modo per essere più utile alla società. Di scrittori che ne sono stati a bizzeffe nei secoli passati e guardi quanti danni hanno causato con le loro corbellerie».
Il responso è stato dato. Bocciatura senza appello.
Mi alzo meccanicamente, come un androide. Ho la bocca impastata e riesco a biascicare un semplice: «Buona giornata» e mi avvio verso la porta.
Nessuna risposta da parte del censore, ma con la coda dell’occhio noto che porta la mano destra sotto la scrivania. Un brivido mi corre lungo la schiena, ma caccio via dalla mente il pensiero oscuro che è appena venuto a tormentarmi.
Ho solo proposto dei racconti un po’ troppo emotivi, nulla di che. Possibile che per così poco possa…? No, mi dico, forse si è solo sistemato il cavallo dei pantaloni. Forse gli è venuta un’erezione dopo aver stroncato il mio lavoro e si sta facendo una sega. Già, c’è chi si eccita con le donne nude e chi facendo censure. A quell’immagine trattengo a stento una risata, prima di infilarmi nell’ascensore.
Duecentocinquantaquattro piani dopo, nel parcheggio sotterraneo, mi attendono due uomini in nero del centro di lobo-rieducazione.