Il centauro calvo giace riverso nel proprio sangue sull’asfalto. Dalla voragine aperta sul lato destro del cranio colano pezzi d’osso, meninge e materia cerebrale.
I suoi occhi spalancati mi ricordano quelli di Trisha, benché siano castani e non verdi. Incredibile come occhi di persone diverse, magari di colori diversi, si assomiglino tutti nella morte. Così come si assomigliano i loro cervelli, le loro ossa, la loro carne martoriata dalla mano dell’assassino.
Fracassargli la scatola cranica mi ha dato un piacere che non provavo da tanto, da… da quando ho ammazzato Trisha e Sharon, direi. Solo che stavolta si è aggiunto un ulteriore dettaglio perverso: ho ancora meno cose da perdere. Io sono un puro spirito, il corpo che manovro è di un altro. Se sarò arrestato, la condanna colpirà Ramirez, non me. Se sarò assalito dai compari dell’ucciso, morirà Ramirez, non io.
Nella via deserta risuona il plic! plic! del sangue che cola dal tubo che ancora stringo in mano, almeno finché non è sommerso dall’ennesimo urlo della puta che era in compagnia del thug boy ap-pena ammazzato. Se ha un grammo di cervello, sarà andata a chiamare rinforzi.
Not bad! Io resto qui, non vado da nessuna parte. Mandatemi contro tutti i tipi armati che volete! Risponderò loro per le rime, e quando avranno ridotto questo mio corpo a una poltiglia irriconoscibile andrò alla ricerca di un altro ospite da possedere.
Neo-Roma è piena di menti deboli. E io sto iniziando a scoprire come servirmene.
sabato 5 giugno 2021
La condanna: parte 4
sabato 29 maggio 2021
La condanna: parte 3
sabato 22 maggio 2021
La condanna: parte 2
sabato 15 maggio 2021
La condanna: parte 1
La
sala è illuminato a giorno, così tanto che la luce quasi mi ferisce.
La
sedia che occupo è la mia prigione. Cinghie di synthleath mi bloccano i polsi e
le caviglie su quel trono maledetto. In nome della decenza mi hanno concesso
almeno un paio di mutandoni neri, ma per il resto sono nudo.
L’uomo
di fronte a me è il mio carnefice. Indossa la divisa dei pris-doc ed è giovane,
non avrà più di trent’anni. Eppure nel suo sguardo non vedo traccia di vita. E’
come se avesse due biglie traslucide nei bulbi oculari. Deve aver inflitto lo
svanimento a così tanti condannati da essere diventato una sorta di tristo
mietitore in uniforme.
Sul
lato destro del petto c'è un tesserino: DR. GUSTAF GENELME.
«Convict
PO-0949-2364»
Alfredo.
Il mio nome è Alfredo. Non sono una stringa di lettere e numeri a caso.
«Lei
è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Trisha Ricciardi e di Sharon
Todisco»
Abbasso
le palpebre. I loro volti mi fissano sorridenti, come se non fosse successo
nulla. Il collo della mia darling è ancora intatto, né i capelli di mia moglie
sono imbrattati di sangue e di cervella. Chissà se hanno avuto la forza di
perdonarmi, nell’istante in cui spezzavo le loro vite.
«Il
suo caso mi ha sorpreso molto» continua il dottore. «Insomma, lei è un
lett-prof, non il genere di persona da cui ci si aspetta un omicidio così
brutal» Lo sento sospirare. «Perché ha scelto di non avvalersi di un avvocato
difensore?»
Da
parte mia, silenzio.
«Perché
non si è nemmeno difeso da solo?» è l’inevitabile domanda successiva.
Di
nuovo, silenzio.
«Oh
well, sapeva a cosa andava incontro» conclude il mio interlocutore. «Le hanno
già disattivato l’impianto neurocell nell’encefalo, quindi… let’s go con la
condanna!»
Apro
gli occhi.
Due
cam-drones dalla forma sferica mi fluttuano attorno.
«Immagino
sappia in cosa consiste il vanishing», continua il boia, mentre si china su di
me per sistemarmi il laccio emostatico. «Ogni particella del suo corpo perderà
la propria massa e si ridurrà a una semplice radiazione. Resterà cosciente, ma
sarà intangibile. Ovviamente non posso escludere che prima o poi il debole
legame che unisce le sue particelle si sfaldi. Però sappia che la sua condanna
sarà un ottimo esempio. Nulla scoraggia il crimine meglio del timore di una
punizione atroce. Da qui a dieci anni vedranno in questa forma di esecuzione
una conquista del progresso»
Con
lo sguardo seguo i movimenti delle sue dita, il picchiettio sul vetro della
siringa per favorire la salita delle bollicine, poi la punta metallica che
penetra nella carne. Lo stantuffo avanza e il liquido blu si sposta dalla
siringa al mio corpo. È freddo.
Un
secondo. Due. Tre. Nessuna reazione.
Dieci
secondi. Uno sgradevole formicolio si dipana dalla zona della puntura giù lungo
l’avambraccio, e su fino alla spalla.
Venti
secondi. Il formicolio ha raggiunto le dita. Il braccio è scosso da uno spasmo
improvviso. I tendini e le vene premono sotto la pelle leggermente sudata.
Trenta
secondi. Il gelo della soluzione che mi hanno iniettato si sta tramutando in
calore.
Quaranta
secondi. Stavolta caccio fuori un urlo seguito dall’imprecazione più blasphy
che mi suggerisca l’istinto. Il braccio arde dall’interno, eppure ho
l’impressione che la pelle si stia facendo più pallida. Il reticolo delle vene
bluastre si fa sempre più evidente.
Sessanta
secondi. Il mio braccio sembra fatto di vetro, adesso, e così i muscoli, le
ossa, le cartilagini. Là dove dovrebbe esserci un intero arto vedo solo un
intrico di filamenti scuri che mi fanno tornare alla mente certi video
didattici della scuola sul sistema circolatorio.
«I
vasi sanguigni sono gli ultimi a sparire», mi dice il dottore. «Insieme agli
organi interni. Guardi, se non ci crede.»
Solo
allora provo il desiderio di vedere cosa sta succedendo al resto del mio corpo.
Guardo il mio ventre: anche lì pelle e muscoli trasparenti, ma sotto il
labirinto di capillari pulsa il groviglio rivoltante degli intestini. Le mie
viscere! In bella mostra per il pubblico ludibrio! Soffoco a stento un conato
di vomito.
D’istinto
provo ad aggrapparmi ai braccioli, ma ormai non ho più consistenza e mi sento
sprofondare nella materia di cui è fatta la sedia. Come se di colpo mi trovassi
seduto sopra le sabbie mobili.
Il
volto del dottor Genelme va sempre più up e io sempre più down. Quando gli
occhi arrivano all’altezza del sedile provo persino a urlare, ma dalla mia
bocca non esce alcun suono. E se anche uscisse, cosa potrebbero fare per
aiutarmi?
Per
qualche istante si fa tutto buio. La luce rispunta quando la mia testa è ormai
al di sotto della sedia e l’ultima cosa che sento è il commento di Genelme:
«Ormai è svanito. Bene, next one!»
Adesso
sto sprofondando nel pavimento. La discesa è più rapida, forse perché le mie
molecole hanno ancora meno massa a fare da ostacolo. E quando l’avranno persa
tutta, what happens? Continuerò a scendere more ‘n’ more down, fino al centro
della Terra e ancora oltre? O cesserò di essere cosciente prima che ciò accada,
disgregato dalle forze fisiche? Forse sarebbe una benedizione, se l’esistenza
che mi attende è quella di uno spettro incorporeo che guarda gli altri vivere.
And
yet un’altra considerazione attraversa la mia mente: sto per sperimentare una
condizione ignota agli uomini, a parte quei pochi sfortunati condannati come me
al vanishing. Cosa potrei vedere? Cosa potrei scoprire? Quali possibilità mi
aprirebbe trascendere la natura umana?
Con
questo pensiero fisso nella mente mi protendo verso l’alto. Il dolore è ormai
svanito e il mio corpo, per quanto privo di massa, continua a rispondermi come
ha sempre fatto.
sabato 24 aprile 2021
La madre del prescelto
sabato 3 aprile 2021
La moglie dell'onorevole Scipioni
L’onorevole Scipioni è un piano e tre stanze più in là, inchiodato dall’ultimo ictus a una carrozzella.
La moglie dell’onorevole Scipioni, invece, è sdraiata sul tavolo da pranzo, sovrastata da un Ercole africano al cui confronto lei appare così piccolina. Con le unghie smaltate di rosso si abbarbica alle spalle del gigante d’ebano. Le gambe magre inguainate nei collant stringono la vita dell’uomo, che stantuffa come un mastice nella fucina di un fabbro. Nella foga ferina dell’amplesso, la costosa décolléte destra della donna è volata sul pavimento. Le natiche sode dell’africano, lasciate completamente scoperte dai pantaloni calati fino alle caviglie, vibrano a ogni affondo.
Le labbra di corallo della signora Scipioni tremano per gli spasmi del piacere, poi pronunciano: «Oh sì, Okonkwo, sì sì! Okonkwo!»
Se la gode Okonkwo, pensando a tutte le volte che l’onorevole senatore-di-sto-cazzo nel partito-xenofobo-di-sto-cazzo l’ha umiliato. A tutte le volte che l’ha guardato dall’alto in basso, come se dargli un lavoro come tuttofare nella propria villa lo avesse reso il Padreterno. A tutte le volte che non si è fatto problemi a chiamarlo “negro”. Beh, indovina un po’, adesso quel “negro” come lo chiami tu si sta facendo tua moglie!
Okonkwo possiede la donna con vigore animalesco. Chi li vedesse in quel momento penserebbe che la donna sia lì lì per rompersi, per spezzarsi, per essere tagliata in due come la banchina polare sotto la prua di una rompighiaccio. È lei che lo incita a prenderla così, la brava e cara signora Erica, apparentemente tutta casa e chiesa ma sotto sotto sordida come la meretrice di Babilonia, oscena nella sua ipocrisia borghese. Lo incita ripetendo: «Vai, Okonkwo, vai! Sei il mio mandingo!»
Sarebbe tentato di dirle che i Mandinghi sono un gruppo etnico ben preciso, che lui è nigeriano e che usare il loro nome per indicare genericamente gli africani in riferimento a certe loro prestanze fisiche è offensivo, ma si trattiene. Perché dovrebbe concederle l’onore di rischiarare la sua ignoranza da donna del Primo Mondo?
Certo, gli fa rabbia che il mondo giri in quel modo. Che lui, laureato in ingegneria e costretto a fuggire dalla terra natale per le guerre, debba fare da servo a gente come la signora Erica e il marito, che nella vita non hanno fatto niente e possiede tutto. Ma forse l’ictus dell’onorevole Scipioni è una vendetta divina, già, e potersi fare la moglie è un ulteriore bonus. O se non esiste Dio, è il karma che gira. O forse semplicemente culo. E a proposito di culo, forse la signora Scipioni si merita una ripassata anche lì dietro, come ulteriore riparazione per i crimini del colonialismo. Tu uomo bianco depauperi un continente e tracci confini a cazzo per alimentare guerre civili per i prossimi cent’anni, e io ti inchiappetto la donna: uno scambio equo, no?
A quel pensiero Okonkwo si eccita e aumenta il ritmo dell’amplesso. Il tavolo traballa, cigola, sembra sul punto di rompersi ma continua a reggere, mentre un intero continente sfruttato e schiavizzato si prende la sua rivincita facendo cornuto lo schiavista e lo sfruttatore.
sabato 13 marzo 2021
La prospettiva di Gaia
Ho percepito tutto questo, e nient’altro, per lunghi eoni. Nella mia lunga danza planetaria attorno al centro di gravità del nostro sistema ero in compagnia di altri mondi e di rocce più piccole; eppure nessuno di loro era come me.
E intanto i fulmini continuavano a percorrere la mia atmosfera, cadendo sulla terra e sui mari. Nelle acque aleggiava il prodotto di quelle collisioni, la brodaglia frutto delle reazioni fisiche e chimiche.
Ho desiderato a lungo porre fine alla mia solitudine, e alla fine ciò è accaduto. La mia essenza vitale era troppa perché la contenessi tutta: è sgusciata in quelle pozze d’acqua neonate, dove le fertili molecole ristagnavano in attesa di ricevere la vita.
I semi della mia anima hanno attecchito così facilmente!
E allora sono rimasta a contemplare la moltiplicazione di quella vita. Man mano la materia si autoplasmava in forme sempre più complesse. Ho lasciato che sciamassero sopra di me colonizzando i mari e poi le terre emerse, i cieli, le grotte, i ghiacciai.
Come potrei esprimere la bellezza di quel processo di diversificazione in una miriade di forme? E tutto ciò era tanto più bello quanto più serrata e accanita si faceva la lotta per la sopravvivenza. Dall’alto della mia lunga vecchiaia mi domandavo come potessero simili esserini così fragili spendere tante energie per perpetrare la propria progenie. Fino a che punto erano consapevoli di condannarla a ripetere la stessa esistenza breve e grama?
A un certo punto, sono arrivati i parassiti bipedi. Non è stata una cosa improvvisa, così come nulla è stato davvero improvviso nella mia lunga vita.
Inizialmente non erano diversi da qualsiasi altra creatura avesse visto la luce su di me. Sciamarono sulla mia pelle, innocue come tutti coloro che le avevano precedute. Anzi, devo ammettere che il loro cammino mi venne presto a noia: era interessante vederli impegnarsi e penare, penare, penare per sopravvivere come ogni altra specie; ma quando per loro divenne troppo facile prendere il sopravvento sulle altre creature e valicare i limiti che la natura aveva loro imposto, non ci fu più gusto.
Li sottovalutai anche allora. E mi sbagliai. Dapprima piccole punture, poi divennero fitte di dolore. Provai per la prima volta una sensazione che avevo visto miliardi di volte sui volti delle piccole creature che popolavano il mio corpo, ma che non avevo mai sperimentato. I parassiti perforarono la mia pelle, riversarono le proprie sozzure nelle mie vene, mescolarono veleni al mio fiato.
Sopportai, e sopporto ancora. D’altronde un’entità grande e grossa come me non deve abbassarsi al livello di simili omuncoli, vero?
Di tanto in tanto, gli spasmi sono così forti che devo contorcermi, eruttare il mio dolore, e allora qualche migliaio di quei parassiti muore; ma poi torna la calma, e mi illudo che possano capire quanto preziosa sia la loro vita, ma immancabilmente ripetono gli stessi errori.
Ho visto una lunga esistenza. Sono un piccolo, vecchio mondo sconquassato. Esisto perché so di esistere. Da tempo immemore.
Ma per quanto ancora?
sabato 20 febbraio 2021
La luna dei rimpianti
sabato 30 gennaio 2021
Gli Osservatori
Gli Osservatori erano la razza più progredita mai esistita, o almeno amavano pensarla così.
Frutto di un’evoluzione biologica protrattasi per sei miliardi e mezzo di cicli, erano arrivati al punto da ritirarsi a vivere in una singolarità spaziotemporale subdimensionale posta nell’interstizio tra due brane cosmiche, dove non si invecchiava e non si moriva e dove, pur avendo mantenuto la propria fisicità, non avevano bisogno di nutrirsi o di bere. Solo di tanto in tanto dovevano chiudere gli occhi per riposare, perché i loro corpi fisici non avevano energia infinita. Da lì potevano volgere il proprio sguardo onnisciente verso qualsiasi punto dell’universo d’origine, anche se la loro visione era limitata al presente e non poteva né scavare nel passato né avventurarsi nel futuro, e così avevano scoperto l’unico passatempo capace di combattere la noia di un’esistenza immortale e perfetta: osservare la nascita e lo sviluppo di innumerevoli creature inferiori, dallo stadio unicellulare fino alla civiltà interstellare.
Uno di questi Osservatori, X’rq’un’Tul’Mah’ah, aveva scoperto per caso un pianeta particolarmente promettente in un braccio della galassia n. 80005611203, il terzo orbitante intorno una piccola ma stabile stella gialla etichettata con la sigla S-2152400001. All’epoca della scoperta quel mondo aveva appena visto la comparsa dei primi amminoacidi carboniosi, ma nell’arco di miliardi di cicli (che per l’immortale Osservatore non erano nulla) i suoi oceani di acqua liquida furono popolati da esseri viventi sempre più grandi e complessi: alcuni capaci di nuotare liberamente, altri fissi sul fondale, altri ancora trasportati dolcemente dalle onde e dalle correnti.
A un certo punto, alcuni di quegli animali scoprirono la via per colonizzare la terraferma, sviluppando sistemi per respirare l’ossigeno direttamente dall’atmosfera e per mantenere l’umidità corporea lontano dagli specchi d’acqua, nonché organi locomotori per muoversi nel nuovo ambiente. I preferiti di X’rq erano i bestioni squamati e a volte anche piumati che per un certo periodo di tempo dominarono quasi ogni ambiente terrestre; ma proprio sul più bello un maledetto asteroide impattò col pianeta e innescò una serie di cataclismi fisici che portarono alla loro scomparsa. X’rq era sul punto di abbandonare la visione, quando si rese conto che anche i loro successori, creature altrettanto strane e adattive coperte di pelo, erano un degno spettacolo. E poi il suo sesto senso di Osservatore gli diceva che il meglio doveva ancora venire.
Qualche altro milione di cicli bastò perché sul pianeta comparisse finalmente una specie intelligente. L’Osservatore rimase stupito dal miracolo evolutivo che si consumava sotto i suoi occhi: creaturine piccole e imbelli, prive di artigli, di becchi, di zanne o di ali, coperte solo parzialmente di pelo e nemmeno troppo veloci o forti fisicamente, scoprirono come manipolare pietre e legno, come accendere fuochi, come coprirsi usando le pelli degli altri animali, come controllare la nascita e la crescita degli organismi vegetali. E bastò ancora meno tempo perché quei bipedi glabri erigessero costruzioni, sviluppassero un linguaggio complesso, mandassero oggetti in orbita intorno al loro pianeta e persino sui corpi celesti più vicini. Nell’arco di qualche altro millennio avrebbero potuto colonizzare anche altri sistemi stellari!
X’rq finì così per appassionarsi alla storia di G-80005611203-S-2152400001-P-3 al punto da trascurare persino il riposo. Le palpebre cominciavano a farsi pesanti, ma ogni volta che rischiavano di chiudersi si ripeteva: «Guarderò ancora un po’ e poi basta… solo un altro paio di secoli e poi mi fermo…» e si sforzava di rimanere sveglio e vigile, per non perdersi nessun dettaglio. Era così preso da quell’epopea biologica che non si era accorto del germe autodistruttivo che i suoi beniamini portavano con sé fin da quando avevano mosso i loro primi passi nelle savane dell’Africa. Non lo avevano insospettito l’aumento dell’inquinamento, la scoperta di nuove e più letali armi atomiche, l’ascesa dei fondamentalismi, l’aumento della disparità tra ricchi e poveri, la scomparsa graduale delle altre specie del pianeta.
«Sicuramente progredendo troveranno una soluzione a tutti questi problemi» si era detto.
A un certo punto, il peso del sonno fu troppo e X’rq chiuse gli occhi. Dopo una manciata di secondi li riaprì, solo per constatare con delusione che il globo un tempo rigoglioso e pieno di vita si era trasformato in una landa desolata, con alti livelli radioattivi e un effetto serra ormai incontrollabile. Erano sopravvissuti a malapena i batteri e i virus, ma le condizioni in cui versava ora il pianeta difficilmente avrebbero reso possibile un altro miracolo evolutivo come quello appena mandato all’aria.
Deluso, X’rq’un’Tul’Mah’ah volse il suo sguardo altrove. Forse il prossimo pianeta gli avrebbe dato maggiori soddisfazioni. Del resto, non era difficile fare meglio della specie che si era appena estinta.
sabato 9 gennaio 2021
In Goddamn We Trust
DISCLAIMER: L’autore si discosta CON FERMEZZA da qualsiasi idea politica espressa nel racconto, che resta un’opera di fantasia.
Il poliziotto giace a terra nel suo stesso sangue. Apre la bocca ed emette un guaito di dolore misto a pezzi di denti rotti.
Tra le mani reggo un busto del dodicesimo presidente, Zacharias Carpenter. Il marmo candido è sporco di rosso sulle labbra, in corrispondenza del punto che ha colpito il volto dell’agente.
Uno sparo esplode a poca distanza da me e il poliziotto a terra getta la testa indietro, colpito mortalmente al cranio.
Gli occhi del poliziotto, sgranati nell’istante della morte, mi fissano come se cercassero un aiuto in extremis. Ma quell’aiuto non arriva. Il sangue gocciola dal buco sulla fronte lungo il volto dell’agente. Scavalco il corpo ancora caldo.
L’aquila bicefala ci fissa tutti con un’espressione che non saprei dire se di biasimo o di orgoglio per quanto stiamo facendo. Ma non saprei dire nemmeno se quella sia l’aquila dei Libertari o dei Conservatori.
Tutto è cominciato appena un’ora fa, quando il Presidente ha parlato.
Ha chiamato all’azione tutti noi, i Suoi fedeli sostenitori.
Ha detto che la nostra amata democrazia è messa in pericolo da un usurpatore non eletto dal popolo.
Ha urlato, splendente e impavido come un profeta dell’Antico Testamento, che il seme della tirannia ha messo radici nel nostro paese con gli ultimi brogli elettorali.
Io le ho sentite, quelle parole. Le ho bevute con avidità, man mano che gocciolavano dalle Sue labbra. Ero solo uno tra migliaia, in piedi ad ascoltare il Suo ultimo comizio a Capitol City, eppure era come se il Presidente parlasse a me direttamente, a me soltanto.
«Siate come i prodi padri della Patria che dodici ventenni e quattro anni fa si ribellarono ai perfidi sfruttatori della madrepatria albionica, sapendo che solo così potevano dar vita a una nuova nazione, concepita nella libertà e votata alla potenza.»
Quasi mi hanno commosso, quelle parole. Ho frenato le lacrime solo perché un uomo degno di questo nome non le versa.
«I nostri avi versarono il sangue perché nascesse la nostra gloriosa Vesperia. Adesso chiedo a voi di fare altrettanto. Non è chinando il capo agli ingiusti maneggi del Partito Libertario, né accettando George Burden come nostro presidente che onoreremo quel sacrificio. Solo marciando uniti verso il Campidoglio dimostreremo che la nazione da loro creata può resistere ancora, nei secoli e nei secoli, fedele ai principi che l’hanno ispirata. Non siate deboli, fratelli! Siate forti e compatti! Insieme ci riprenderemo questo Paese!»
Le ho amate con tutto me stesso, quelle parole. Così come ho amato il Presidente, che ci ha ricordato quanto forte sia il nostro spirito, quanto grande sia il nostro orgoglio. Risvegliando le nostre coscienze sopite, ci ha chiamato a una santa crociata in nome della democrazia.
Democrazia. Parola troppo spesso insultata e calpestata nel fango da otto anni di governo libertario. Il partito che si fregia della parola libertà finanche nel proprio nome è solo una pallida ombra della tempra d’acciaio dei nostri progenitori. Hanno indebolito la nazione riempiendoci la testa di parole blasfeme come assistenzialismo, ampliamento della copertura sanitaria, diritti ai gay, recovery act, lotta al riscaldamento globale.
Molti fratelli dallo spirito più debole hanno ceduto. Io stesso sono stato sul punto di dar ragione a questi porci borghesi e alle loro mani tese per aiutare gli scarti della società. Ho dubitato delle mie convinzioni e delle mie ideologie, mi sono detto addirittura che forse il darwinismo sociale non era la vera chiave del successo di Vesperia.
Ho dubitato ancora e ancora, e di questo chiedo perdono a Te, Presidente! Era necessaria la Tua venuta perché tutti noi capissimo che è esistita ed esiste una sola strada per la grandezza: sfrondare i rami malati, disfarsi di ciò che è marcio e improduttivo, venerare la forza sopra ogni cosa. Del pesce non si mangia tutto, si buttano via le interiora. E il leone non è il re della savana perché è gentile o perché assiste i suoi simili in difficoltà, ma perché è spietato. Né la debolezza né l’indulgenza hanno fatto grandi Babilonia, Roma e l’impero di Gengis Khan!
Abbiamo marciato tutti insieme, fianco a fianco, proprio come la falange di opliti che il Presidente evocava nel Suo discorso.
Noi siamo la legione che riporterà alla gloria questo Paese.
Noi siamo gli eletti.
Noi saremo anche i martiri, se necessario.
Adesso siamo in centinaia nell’edificio, in migliaia. Come una fiumana di rabbia, di risentimento e di sete di giustizia ci siamo riversati all’interno. Dinanzi alla nostra marea i cancelli si sono piegati, le difese della falsa democrazia di deboli e di corrotti si è dovuta inchinare.
I servi del potere corrotto che hanno provato a fermarci giacciono a terra, morti o moribondi. Anche qualcuno dei nostri è caduto, ma a lui sarà riservato il regno dei cieli, ne sono sicuro, perché è morto per l’autentica libertà.
Uno sparo. Poi un altro. E un altro ancora. C’è gente che ci sta prendendo gusto ad ammazzare i poliziotti. Forse vuole finire in prima pagina, domani.
A me non frega niente della gloria, di andare in televisione e di essere su tutti i giornali. Mi basta che la democrazia sia vendicata e ristabilita. Mi basta che i porci libertari facciano la fine che meritano e che il nostro unico e vero Presidente sieda nuovamente sul suo scranno.
Aux armes citoyens! Marchons, oui marchons!
L’aula del Senato è ormai in mano nostra. Calpestiamo i corpi e il sangue dei poliziotti che hanno provato a fermarci e sventoliamo le bandiere a stelle e strisce della gloriosa nazione di Vesperia. È la nuova Gettysburg, e ancora una volta Dio ha dato la vittoria a chi la meritava.
«Fratelli. Sorelle. Figli e figlie di Vesperia.»
Il Presidente si erge dietro il tavolo del Congresso, quello da cui ha parlato già decine di volte. Si è precipitato da noi appena è stato certo che l’edificio fosse in mano nostra.
«I cani e i vigliacchi sono fuggiti, il Campidoglio è nostro. Ma non fatevi illusioni, amici: la guerra è lontana dall’essere vinta. Voi siete forti, siete uniti, siete sorretti dalla fiamma della libertà e della giustizia, ma dovete perseverare. Voi non combattete per un uomo. Voi combattete per un ideale, e per Dio, e per questa gloriosa nazione!» Si levano applausi, urla di approvazione, l’inno nazionale, i «Viva il nostro Presidente! Sempre sia lodato! Renderemo Vesperia ancora una volta grande!».
Il Presidente aspetta che il furore dell’acclamazione scemi e riprende a parlare: «Figli di questa gloriosa nazione, io sono soltanto un uomo, ma voi siete la vera forza di Vesperia. Io posso darvi il mio ardore, la mia passione, ogni fibra del mio essere, ma siete voi che dovete portare avanti la rivoluzione.»
Un altro giro di ovazione scuote la sala occupata. Anche io mi unisco agli schiamazzi, lascio cadere a terra con noncuranza il busto che ho trafugato e batto le mani una contro l’altra, con veemenza, fino a farmi male.
Le parole del Presidente riecheggiano nella mia testa. Vi do il mio ardore, la mia passione, ogni fibra del mio essere. Ogni fibra. Del mio corpo, intenderà dire. Sì, dev’essere così. Come Cristo ha dato il proprio corpo agli apostoli e a coloro che credevano in lui, così ci sta invitando a fare il nostro Presidente. Vuole essere il nuovo Cristo di questa nazione allo sbando.
Mi guardo attorno. La gente intorno a me è ebbra di eccitazione e di entusiasmo. I cori scandiscono «PRE-SI-DEN-TE! VA-LEN-TI-NE!». E’ un’esaltazione contagiosa, che ci fa sentire tutti uniti in un unico spirito. Potrei aprir bocca e scegliendo con cura le parole spingere questa massa di fedeli a compiere qualsiasi cosa.
«Fratelli! Sorelle! Il Presidente ha parlato, vuole che noi, i suoi figli prediletti, portiamo avanti la sua lotta anche quando non ci sarà più. Egli ci ha indicato la via, ma sta a noi percorrerla.»
Altri scrosci di applausi, altre urla di approvazione. Qualcuno mi benedice con un «Amen fratello» pronunciato a pieni polmoni.
Mi umetto le labbra con un movimento nervoso della lingua.
«Fratelli» riprendo, «qui non si tratta più di combattere un falso presidente che ha imbrogliato per farsi eleggere. Qui si tratta di difendere un ideale, il più alto degli ideali anzi. Presidente» mi volto nella sua direzione, «Lei ci ha indicato la strada da percorrere. E noi la percorreremo. Con il Suo sangue e la Sua carne porteremo a termine il gravoso compito. Con il Suo sangue, sì, e con la Sua carne. Come Cristo sulla croce.»
Un boato sommerge le mie ultime parole. La folla è in visibilio.
Perché sgrana gli occhi, Presidente? Perché indietreggia verso l’uscita? I Suoi discepoli stanno venendo ad abbracciarla, a nutrirsi della Sua forza. Perché ha paura di noi? Non ha forse detto che bisogna rendere nuovamente grande questa nazione?
Oh, adesso ci supplica di fermarci. Ci minaccia di sbatterci in qualche prigione federale che puzza di piscio e di morte, una volta che sarà tornato al potere. Ma noi non ce la beviamo. Non può averci adunati qui solo per rimanere attaccato a una poltrona, vero? Questo è quello che fanno i cani libertari, George Burden e la sua cricca di porci arricchiti. Lei ci ha adunato qui per risvegliare le nostre coscienze e per concederci la Sua forza, in un estremo atto di cannibalismo democratico.
Il Suo sacrificio non sarà dimenticato, Presidente. E nemmeno il sapore del suo braccio, in cui affondo i denti ingordo.
Il sangue ancora caldo di Donald Valentine ruscella lungo il mio mento e la mia gola. La Sua forza scorrerà in me da oggi in poi e mi renderà un cittadino migliore, un patriota migliore.
Renderemo nuovamente grande gli Stati Uniti di Vesperia, signor Presidente.

