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mercoledì 15 settembre 2021

Cronopasticci 1940

Bill era appena tornato dalla missione.
«Com'è andata, soldato?» domandò il comandante Gates.
«Benissimo, signore! Il bersaglio è morto, signore!»
«Sei sicuro?»
«Sissignore, morto stecchito. Un colpo in fronte e boom! il suo cervello era ovunque, signore.»
«Ben fatto, soldato! Grazie a te abbiamo risparmiato al XX secolo terribili orrori... e dimmi, come era Berlino?»
«Ma... il bersaglio era a Los Angeles, signore...»
Un’ombra comparve sul volto del comandante. «Tu non hai... ucciso Charlie Chaplin, vero?»
«Oh, adesso capisco perché era sul set di un film!» 

martedì 6 luglio 2021

Recensioni e opinioni: Predatore (Gary Jennings)


Prima di leggere Predatore, conoscevo Gary Jennings per un solo romanzo, peraltro il suo più famoso e acclamato: L'azteco. Che per inciso è anche uno dei miei tre romanzi preferiti, insieme al sempiterno Il Signore degli Anelli e a Dune. E proprio perché ho amato tanto quel primo romanzo, le mie aspettative con Predatore erano altissime.
Del resto, le premesse per un ottimo romanzo storico c'erano tutte, perché l'opera si presentava fin dalla quarta di copertina come la storia di un ermafrodita goto negli ultimi anni di vita dell'impero romano: un periodo segnato da grandi migrazioni di popoli, repentini passaggi di potere e gesta eroiche presto entrate nella leggenda (chi studia le letterature germaniche o medievali avrà almeno sentito parlare del ciclo epico di Dietrich von Bern, che altro non è che la versione romanzata e leggendaria delle gesta di Teodorico il Grande). E poi c'era quel particolare, la natura ermafrodita del protagonista, che mi incuriosiva. Non mi scoraggiava, invece, la mole del tomo: 800 pagine sono tante, ma ci sono abituato fin da quando muovevo i primi passi nel mondo letterario e mi nutrono avidamente dei romanzoni extra-large di Dumas.
Giunto all'ultima pagina del romanzo di Jennings, posso dare un giudizio che è ambiguo e ambivalente tanto quanto la natura del suo personaggio principale, il mannamavi Thorn: Predatore è un romanzo con tanti, troppi difetti, ma che nonostante questo è riuscito a catturarmi, a spingermi a divorarlo pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, perché nonostante i mille problemi della scrittura ha qualcosa che mi ha conquistato. E che alla fine mi ha anche commosso, devo ammetterlo.
Il primo, vero problema di Predatore è la sua trama. In realtà è un problema relativo, perché se lo si legge senza aver letto altro di Jennings può sembrare una trama originale e intrigante. Chi ha letto L'azteco, invece, troverà nelle vicende di Thorn una sbiadita fotocopia di quelle di Mixtli, il protagonista del suddetto romanzo: entrambi sono giovani brillanti e intelligenti, entrambi si fanno largo nel mondo ora come mercanti e ora come guerrieri pur non avendo ricevuto un vero addestramento militare, entrambi lavorano a stretto contatto con un grande sovrano, entrambi partono per un lungo viaggio alla ricerca delle origini del proprio popolo, entrambi amano molte donne (e uomini), entrambi vivono molti lutti (un modo carino per dire che portano sfiga e causano la morte di chiunque incroci troppo a lungo le loro strade), e la lista potrebbe continuare all'infinito. Peraltro, questi elementi nell'Azteco erano gestiti molto meglio: per esempio, la quest riguardante la terra d'origine degli Aztechi ha una solida ragione politica, la ricerca di alleati politici e militari, mentre la corrispettiva missione di Predatore per scoprire la patria ancestrale dei Goti nasce da un banale capriccio di Teodorico.
Il secondo problema, ben più grave, risiede nella scrittura stessa di Jennings. Predatore è presentato come un manoscritto di Thorn stesso, scritto in prima persona, ritrovato fortuitamente  e tradotto dall'autore, secondo un espediente che non può non ricordare Manzoni. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che la pretesa di estremo realismo alla base del romanzo si scontra con un uso dei dialoghi che di realistico ha poco. Il manoscritto fittizio di Thorn è la fiera degli spiegoni: non soltanto il narratore stesso si lascia andare a continue e inutili digressioni che appesantiscono il racconto, ma persino i dialoghi sono costruiti per fornire informazioni al lettore in maniera totalmente inverosimile.
Cito un esempio fra tanti. Siamo a uno dei primi scontri fra Teodorico e Odoacre, e si discute di tattiche militari:

"Che stupidi!" esclamò tutto allegro Freidereikhs. "Teodorico, so bene che non vorrai ingaggiare battaglia fino a quando non avrai sistemato come vuoi tutti i fanti e i cavalieri. Nel frattempo, però, lascia che porti i Rugi dietro le linee nemiche, così..."
"Sta' zitto, ragazzo, e impara qualcosa" disse con aria burbera ma non sgarbata Teodorico. Poi voltò le spalle al giovane re per dare istruzioni a Pitzias, Ibba ed Herduic di far schierare le loro centurie, corti e turmae lì, lì e lì. Infine Teodorico si rivolse di nuovo al ragazzo: "Lascia che ti spieghi che cosa sto per fare e perché lo faccio, in modo che..."
"Ma ho già capito, Teodorico!" l'interruppe il ragazzo, e per l'eccitazione lo sommerse con un torrente di parole. "Appena i generali avranno radunato, schierato e istruito le loro truppe e avranno cominciato ad avanzare, farai sferrare l'attacco principale alla cavalleria di Ibba, che si disporrà secondo quello che si chiama la 'formazione a branco di porci' - uno schieramento triangolare ideato dal grande dio Wotan quando, nei tempi antichi, scese sulla terra per divertirsi un po' nelle vesti di Jalk l'Uccisore di Giganti, e notò per caso che un branco di maiali selvatici galoppava nella foresta disponendosi come un triangolo con la punta in avanti, e spazzando via qualunque animale si trovasse davanti...

Ecco, un dialogo del genere (e questo è solo un assaggio, perché continua per un'altra pagina) non è minimamente verosimile. Neanche se si ammettesse che il giovane Freidereikhs vuole fare l'Hermione Granger di turno. È un dialogo irrealistico messo su per far sapere al lettore determinate informazioni, ma che nella realtà non sarebbe mai avvenuto perché dei due interlocutori uno sa già tutte queste cose e l'altro non ha bisogno di essere così prolisso per far capire che sa di cosa sta parlando.
Vi è poi la questione del sesso. Ormai ho capito che un certo filone di historical fiction statunitense crede nell'equazione "+ sesso = + qualità" e si diverte a infilare orge, stupri e amplessi quanto più strani possibili ogni 2-3 pagine, ma in Predatore si abbonda, anzi si esagera. E non parlo tanto della quantità, perché non sono un puritano, ma della qualità: sembra che Jennings abbia voluto condensare in un unico romanzo decine e decine di bizzarrie e perversioni sessuali che, per motivi di decenza, eviterò di elencare qui. Basti solo dire che a un certo punto saltano fuori fanciulle che avvelenano gli amanti tramite i loro organi sessuali, dettaglio che mi ha lasciato con l'atroce dubbio se il nome vada pronunciato venéfica o se l'accento vada messo una sillaba più giù.
La stessa identità sessuale e di genere di Thorn, a mio avviso, è gestita male. O meglio, è ricca di potenzialità che non sono state sfruttate a dovere, dando vita all'ennesima occasione sprecata. Il protagonista del romanzo è, come già detto, un ermafrodita dotato sia di pene sia di vagina perfettamente funzionanti (cosa che non so quanto sia biologicamente credibile, ammetto la mia ignoranza in materia), e vive alternativamente la sua identità di maschio o di femmina; ma sono due identità perfettamente distinte, nel senso che Thorn non è mai CONTEMPORANEAMENTE uomo e donna, o un qualcosa al di là dei due sessi "binari". Certo, il romanzo è ambientato nel V-VI secolo d.C. e un non-binario all'epoca sarebbe stato a dir poco irrealistico, ma quando Thorn è uomo è attratto solo da donne, quando è donna (e assume l'identità di Veleda) cerca solo uomini: dunque non solo l'ermafroditismo si risolve di volta in volta in un unico sesso, ma anche in un unico orientamento sessuale alla volta. Non c'è, insomma, quella piacevole e intrigante "confusione" che mi sarei aspettato di trovare in un ermafrodita. In giro per il web ho trovato pagine in cui si accusa addirittura Jennings di essere omofobo: affermazioni forse eccessive, ma l'impressione che l'autore non nutra molta simpatia per uomini che amano uomini e donne che amano donne è palpabile nelle pagine di Predatore (e un po' si percepiva anche in L'Azteco).
Eppure, nonostante tutto, Predatore non è un romanzo da buttare. La scrittura di Jennings sarà pure pesante e pedante, ricca di contenuti sessuali non richiesti e inutilmente disturbanti, piena di situazioni già viste negli altri suoi romanzi, traboccante di spiegoni e infodump non richiesti, ma il buon vecchio romanziere sa come attizzare la curiosità del lettore alla fine di quasi ogni capitolo e sotto-capitolo, ora con un cliffhanger, ora con un'inaspettata e nebulosa anticipazione di eventi futuri. Se un paragrafo si chiude con una frase del tipo "Io e X ci mettemmo in viaggio, ma ancora non sapevo che X avrebbe fatto una brutta fine..." oppure del tipo "Così io e Y ci lasciammo, senza sapere che anni dopo avremmo..." è naturale che io mi fiondi sulla pagina successiva, anche se sono ancora intossicato da centinaia e centinaia di righe di sesso perverso e di spiegazioni degne di un documentario più che di un romanzo. Jennings è bravo a farsi perdonare alimentando la fame di conoscenza del lettore, ed è anche un po' paraculo, ammettiamolo. Un po' tanto, a dire il vero.
Infine, Predatore è un romanzo che sa colpire al cuore. Non certo per una qualche immedesimazione in Thorn, che non suscita particolare simpatia, grazie alla sua caratterizzazione da perfetto Gary Stu/Mary Sue: è intelligentissimo, brillantissimo, fortunatissimo, prestantissimo, astutissimo, bellissimo, seduce chiunque, se la cava in ogni circostanza... no, non certo per Thorn. Jennings è tanto impacciato a delineare la figura del protagonista quanto è bravissimo a gestire le uscite di scena dei tanti personaggi maggiori e minori, principali e secondari, con cui Thorn interagisce. L'avevo già intuito nell'Azteco e Predatore me l'ha confermato: Jennings è il "poeta" delle morti dei personaggi, raramente ho trovato un autore così bravo a rendere potenti e coinvolgenti le uscite di scena, dalla più insignificante alla più truce e violenta. Soprattutto, raramente ho trovato un romanzo che mi facesse quasi piangere (quasi, eh, devo mantenere una parvenza di insensibilità!) per la morte di gente che tutto sommato nemmeno esiste.
Forse un po' poco per perdonare tutti i difetti del romanzo, ma mi piace cercare qualcosa di buono anche nel romanzo peggiore: e Predatore non lo è, per quanto non sia nemmeno un capolavoro.

sabato 20 febbraio 2021

La luna dei rimpianti

«Sei venuto, alla fine…»
Gli occhi di Natalie Monroe, spenti dalla lunga malattia, tornarono a risplendere per un attimo alla vista dell’ospite tanto atteso che varcava la soglia.
«Potevo dirti di no, mia cara?»
Dietro il suo tono cordiale e l’abbozzo di sorriso, Richard Bennett era tutt’altro che sereno. Odiava gli ospedali, anche quando si trattava di cliniche private di lusso come quella in cui si trovava in quel momento. Odiava l’atmosfera che vi si respirava, la morte che aleggiava in ogni corridoio, in ogni stanza, su ogni volto, tanto dei malati quanto dei dottori e delle infermiere. Odiava la vista della dignità umana offesa e devastata da mali incurabili, contro cui nemmeno le cure più costose potevano qualcosa. Forse, in fondo, odiava essere messo di fronte a una fragilità che in qualsiasi momento avrebbe potuto colpire anche lui. E soprattutto, odiava dover trascorrere in un luogo del genere “quella” notte, ma quando Natalie l’aveva fatto chiamare aveva capito di non potersi esimere da un’ultima visita.
«Vedo che non sei venuto a mani vuote, Dick.»
Debolmente, la donna fece un cenno col mento, in direzione della Porta-Color che Richard reggeva sotto il braccio destro. Era un piccolo e banale gesto, un nonnulla che chiunque avrebbe compiuto senza il minimo sforzo, eppure a quella donna debilitata costava una smisurata fatica fisica.
L’uomo dovette farsi forza per ignorare la stretta al cuore che quella vista gli stava procurando.
«Ho pensato che potremmo vedere la diretta» rispose «Dovrebbe cominciare tra poco, sulla CBS. Sempre che qui ce lo consentano. La signora della reception mi ha rivolto uno sguardo molto poco amichevole quando ha visto cosa portavo…»
«Con tutto quello che spende Edwin per farmi stare qui, direi che sia il minimo lasciarmi guardare un po’ di televisione insieme a te!» scherzò Natalie. Per un attimo abbozzò un sorriso divertito e il suo volto sembrò tornare quello di un tempo, quando era più giovane ma soprattutto in salute: un volto che Richard non vedeva da anni e che lo riportò per un istante a un’epoca felice, lontana, perduta. Ma fu appunto un istante, prima che l’immagine della morte tornasse ad aleggiare sul volto di lei e nell’animo di lui.
C’era una sola presa di corrente nella stanza. Mentre Richard vi collegava il televisore portatile, Natalie lasciò vagare lo sguardo sulla sua schiena, sulla sua nuca, sui suoi capelli che da neri come le piume di un corvo si erano fatti ormai brizzolati. Se non fosse stata confinata in quel letto si sarebbe alzata, sarebbe andata da lui e avrebbe affondato le dita in quella chioma color cenere, come aveva fatto tante volte prima della guerra, prima che le loro strade si separassero.
«Sarà per quello che sta per succedere lassù, ma oggi ho ripensato a tutte le volte in cui guardavamo le stelle insieme» le venne naturale dire. «Usavamo quel vecchio telescopio che ti aveva regalato il professor Farnsteed, ricordi, Dick? Guardavamo la Luna, le Pleadi, la nebulosa di Andromeda…»
«Galassia!» la corresse bonariamente Richard, continuando a darle la schiena.
Fu per questo che non vide il secondo sorriso di Natalie, divertita dalla pignoleria dell’uomo.
«Mi è sempre piaciuto di più il termine “nebulosa”, è così evocativo, così poetico… “galassia” è così scientificamente asettico. Ma avevo dimenticato di avere di fronte nientemeno che Herschel Terzo, grande astronomo di Sua Maestà!»
«Eh, magari!» commentò l’altro, con una certa ironia.
Non che potesse lamentarsi di come era andata la sua vita dopo il ritorno dal fronte: dopo un po’ di necessaria gavetta, era diventato un grande pubblicitario, uno di quelli che contano a Madison Avenue, che trattano con i pezzi grossi sorseggiando scotch whisky e che supervisionano le grandi campagne prendendosi quasi tutto il merito del lavoro di oscuri copywriters. I sogni adolescenziali di fare lo scienziato o l’astronomo avevano fatto presto il loro tempo, e forse era giusto che fosse andata così. O almeno, questo era ciò che Richard si era ripetuto per oltre due decenni, finendo per crederci, perché convincersi di una bugia rendeva la vita meno amara che continuare a inseguire le chimere della giovinezza.
«Ecco, questa piccolina prende il segnale che è una meraviglia!» sentenziò l’uomo, quando finalmente lo schermo si accese.
Si voltò verso Natalie, sorridente come un bambino a cui sia stato appena dato un giocattolo da tempo desiderato. Ella batté dolcemente la mano destra sul bordo del letto, invitandolo tacitamente a sedersi lì, dove il suo corpo smagrito dalla malattia lasciava sufficiente spazio. Era un gesto completamente privo di malizia, l’innocente richiesta di un’anima sofferente desiderosa di una rincuorante vicinanza fisica. Il fugace pensiero di cedere a quella tentazione attraversò la mente dell’uomo, ma fu ricacciato immediatamente indietro e decorosamente rifiutò: «Il signor Monroe sarebbe geloso, temo.»
«Dick, se le cose fossero andate diversamente ci saresti tu oggi al posto del signro Monroe» gli fece notare Natalie.
«Già, è così.»
«E non ti dispiace?»
«Un po’.»
«Un po’?»
Richard sospirò, prima di confessare quello che non avrebbe voluto ammettere nemmeno con se stesso: «Un po’ tanto, a dir la verità. Ma a cosa serve parlare di come sarebbero state le nostre vite se ti avessi proposto di sposarmi prima di partire per il Pacifico o se non mi avessero dato per morto dopo la battaglia di Vella Lavella o se tu avessi aspettato il mio ritorno invece di volare subito tra le braccia di Edwin? E’ come girare un coltello rovente in una piaga mai guarita, tutto qui.»
«Potrebbe essere anche l’unico modo che mi resta per distrarmi dalla mia attuale condizione.»
Richard pensò subito che si riferisse alla malattia fisica e fu sul punto di farle notare che si sarebbe ammalata comunque, che era destino, ma poi capì e si limitò a ripetere: «Già, è così.»
«Non rimpiango completamente la mia vita, sia chiaro» continuò la donna. «Ma tu sei tu, ed Edwin è Edwin. E mi piace pensare che, se i vostri ruoli fossero invertiti, tu non saresti dall’altra parte del continente a fare affari con qualche magnate californiano. Saresti al mio fianco, Dick.»
Lo disse con un tono a metà tra l’affermativo e l’interrogativo, come se si aspettasse una risposta.
Ma Richard non avrebbe saputo cosa risponderle, perché non era sicuro che al posto di Edwin Monroe sarebbe rimasto al fianco di una moglie malata lasciandosi sfuggire un’opportunità economica. Dopotutto, aveva mandato all’aria innumerevoli relazioni ed era arrivato a cinquantadue anni senza mai una moglie o un figlio proprio perché aveva anteposto il lavoro a tutto.
«Io…» balbettò, cercando di prendere tempo per pensare a una risposta.
Si voltò verso l’apparecchio televisivo e ciò che vide gli offrì la scusa perfetta per troncare lì la conversazione: «Sembra che Armstrong stia per mettere piede sulla Luna.»
Natalie indicò la sedia alla propria sinistra: «Accomodati qui. È un evento epocale, merita di essere visto stando comodi.»
Richard la accontentò, mentre sullo schermo si svolgeva una simulazione dell’uscita di Neil Armstrong girata negli studi televisivi, come indicava la vistosa didascalia sottostante “CBS NEWS SIMULATION”. Un silenzio quasi religioso calò nella stanza, rotto soltanto dalla voce del cronista Walter Cronkite che commentava quelle immagini. Un misto di sentimenti cominciò ad agitarsi nei cuori dei due spettatori. Tensione. Curiosità. Orgoglio, al pensiero di essere testimoni di un evento epocale. Felicità, perché erano loro due soli e non avrebbero potuto chiedere compagnia migliore.
Passò un paio di minuti prima che la ricostruzione cedesse il posto alle vere riprese della telecamera esterna al modulo di atterraggio. La qualità era tutt’altro che perfetta, eppure si riusciva a distinguere, in mezzo a tutte quelle ombre e al riverbero della superficie lunare, la figura di Neil Armstrong che scendeva lungo la scaletta.
«E’ stupendo» mormorò Natalie «Abbiamo il privilegio di guardare un paesaggio alieno. Il privilegio di vedere il primo essere…»
Si interruppe, quasi si fosse resa conto che qualsiasi discorso, persino il più profondo e il più ispirato, avrebbe offuscato la bellezza del momento. Cercò la mano destra di Richard con la propria sinistra e la trovò subito, quasi fosse una calamita. L’uomo ebbe un sussulto ma non si scompose né si ritrasse: le sue dita grandi e calde si strinsero attorno a quelle della donna, che un tempo erano state altrettanto calde e affusolate mentre adesso erano scheletriche e fredde.
Sullo schermo della piccola televisione, intanto, si consumava un momento così paradossalmente banale e insieme epocale. Neil Armstrong aveva posato il suo piede sulla Luna. Non aveva fatto nulla di diverso da quello che facevano ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo miliardi di persone da migliaia di anni: uomini e donne che muovendo un passo dietro l’altro avevano amato, avevano sofferto, avevano coltivato e poi abbandonato sogni di ogni genere, avevano affrontato sfide e malattie, talora vincendo talora soccombendo. Ma l’aveva fatto su un suolo alieno, su un mondo che gli antichi poeti e i grandi astronomi del passato si erano accontentati di decantare, di ammirare, di studiare da lontano. E l’aveva fatto pronunciando una frase che a Richard diede i brividi, tanto era stupenda nella sua semplicità: «Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità.»
«Un piccolo passo per l’uomo…» ripeté Natalie, sorridendo debolmente. «Abbiamo assistito al più importante piccolo passo nella storia dell’umanità. Dovremmo sentirci onorati, Dick.»
«Onorati, sì» fece eco Richard.
Ma dentro di sé, il cinquantaduenne pubblicitario di Madison Avenue provava qualcosa di diverso dal sentimento di orgoglio per aver assistito all’allunaggio. Era felice, come mai lo era stato negli ultimi anni, per aver condiviso quella notte storica con Natalie. E nello stesso tempo era triste, perché non poteva ignorare affatto il pensiero che in un’altra vita, in un altro mondo, con un altro corso della storia avrebbe potuto condividere con lei ogni singola notte, ogni singolo giorno.
Si sarebbe perso in chissà quali fantasie di una vita alternativa, se Natalie non l’avesse riportato alla realtà con una semplice domanda: «Resti qui ancora un po’, vero?»
«Tutta la notte, se vuoi» non esitò a rispondere lui. «Sai com’è, non ho nessuno che mi aspetti a casa.»
Le labbra della malata si strinsero, mentre la sua espressione si faceva assorta e seria. «Dev’essere una prospettiva tetra, da un certo punto di vista.»
«Da un certo punto di vista, già» concesse Richard «Ma ci sono anche dei vantaggi. E poi non sono un tipo da relazioni durature: meglio rimanere scapoli che sposarmi e inguaiarmi dopo, con un bel divorzio spillasangue!»
Una breve risata genuina scaturì dalla gola di Natalie. Richard si voltò brevemente verso di lei e vide che non sorrideva soltanto con le labbra ma anche con gli occhi, col volto. Le aveva appena regalato il suo ultimo momento di letizia. Istintivamente, anch’egli sorrise per un istante, prima di tornare a guardare la televisione.
Intanto continuava la diretta della prima passeggiata umana sulla Luna. Buzz Aldrin seguì presto il suo collega e così quella magnifica desolazione, che per miliardi di anni non aveva mai conosciuto il passo o il verso o l’odore di una creatura vivente, nel giro di pochi minuti si ritrovò ad accoglierne ben due.
«Sembrano palombari spaziali» commentò a quel punto Natalie, e nella sua voce debole come un sussurro si poteva cogliere una sfumatura di infantile, genuino stupore. Dopo qualche secondo aggiunse, sempre col medesimo tono: «Sono così goffi, eppure così solenni, a modo loro. Dev’essere così bello passeggiare sulla Luna, come un palombaro sul fondo dell’oceano… e ammirare da lassù la Terra… hai mai visto la foto scattata durante la missione Apollo 8, quella con la Terra che sorge sull’orizzonte lunare? Immagina come dev’essere bello stare lassù e godere di quella vista dal vivo…»
E continuò a lungo a parlare, elencando tutto quello che avrebbe fatto se fosse stata al posto di Armstrong e di Aldrin, alternando pensieri profondi e poetiche impressioni. Questa volta Richard non disse nulla, non la interruppe mai, non fece il minimo commento. Non voleva rovinare la bellezza di quel momento. Era con la donna che un tempo aveva amato e che in un certo senso aveva continuato ad amare anche dopo averla persa per sempre, le stringeva la mano e intanto si perdeva nelle sue parole, nella sua voce. Anche quando Natalie smise di parlare, pensò che si fosse semplicemente stancata e si stesse fermando per qualche minuto prima di riprendere.
Avrebbe voluto dirle tante cose, ma non lo fece.
Avrebbe voluto dirle che era stato uno sciocco ad arruolarsi come volontario dopo il disastro di Pearl Harbor, invece di rimanere a St. Marys e sposarla.
Avrebbe voluto dirle che era stato il pensiero di lei e del suo amore a tenerlo in vita durante la prigionia in un campo giapponese.
Avrebbe voluto dirle che il pensiero di fermarla prima che sposasse Edwin Monroe aveva fatto più volte capolino nella sua mente, ma vi aveva rinunciato per viltà.
Avrebbe voluto dirle che nell’ultimo quarto di secolo non c’era stato giorno in cui non avesse rimpianto di aver posto un oceano e una guerra tra loro due.
Avrebbe voluto dirle che l’amava ancora, persino in quel letto di morte, ridotta a quell’ombra della donna che era. Anzi, forse l’amava più di prima, più di sempre, nel momento in cui più ella era fragile. Sì, forse questo avrebbe potuto dirglielo.
Si fece finalmente forza.
«Natalie, io ti…» Le parole gli morirono in gola quando si voltò verso la donna. Dormiva, o almeno così sembrava. Quel volto amabile, che aveva visto deperire e impallidire sotto i colpi di un male incurabile, adesso appariva a malapena scalfito dalla sofferenza fisica, come se fosse ringiovanito di colpo.
Le sue dita erano sempre più fredde, ma Richard continuò a stringerle per un altro minuto, forse persino due, prima di lasciar andare a malincuore la presa, e solo allora si rese conto di aver stretto quella mano più tempo in quell’unica notte che negli ultimi ventisette anni. Ricacciò indietro a fatica una lacrima. Le sfiorò la guancia per un’ultima volta, un’ultima carezza.
«Addio, amore mio.»

domenica 10 gennaio 2021

Recensioni e opinioni: Vikings


Ieri ho finalmente concluso la visione della seconda parte della sesta stagione di Vikings.
Amazon Prime Video ha avuto la brillante idea di rilasciare tutti i dieci episodi conclusivi in una botta sola, perché noi recensori di serie televisive non siamo già abbastanza incasinati con le uscite settimanali e serie rilasciate in blocco da Netflix, no, abbiamo bisogno di ulteriori binge watching. Comunque sia, sono riuscito ad arrivare fino alla fine e mi sento in dovere di tirare le somme.
Il mio rapporto con Vikings si è evoluto molto nel corso del tempo. Le prime stagioni erano riuscite a colpirmi per la loro cura storica, seppur non mancassero svarioni anche abbastanza grossi, e soprattutto per lo stile di Michael Hirst, fatto di lunghi silenzi, paesaggi nordici mozzafiato, inserti etnografici da documentario (dopotutto la serie andava in onda su History Channel), citazioni mitologiche a iosa. C'erano persino interi dialoghi in norreno o in anglosassone, cosa che, per uno come me che ha fatto due tesi di laurea in filologia germanica e ha una grande passione per le culture germaniche del Medioevo, equivaleva al paradiso. Più avanti hanno aggiunto anche altre lingue, l'arabo, il greco bizantino, l'antico slavo, alla fine addirittura il mi'kmaq, a riprova di quanta attenzione per la fedeltà storica ci sia dietro il prodotto.
Vikings era una serie che spiccava nell'epoca in cui uscì, perché era nata nel solco del revival medievale inaugurato da Game of Thrones ma aveva una sua voce peculiare, riconoscibilissima. Anzi, se devo essere sincero ho sempre trovato la messa in scena e la regia di Vikings molte spanne sopra quelle di Game of Thrones (episodi diretti da Sapochnik a parte), molto più "personale" e peculiare. Per intenderci, se guardi una qualsiasi scena di Vikings, che sia della prima o dell'ultima stagione, senti che dietro c'è la mano di Michael Hirst; viceversa, con la maggior parte degli episodi di Game of Thrones sei di fronte a una regia "neutra", basilare, che non ha la minima personalità (tranne nei suddetti episodi diretti da Sapochnik).
Anche a livello di musiche, reputo la colonna sonora di Vikings un'autentica perla: evocativa, suggestiva, profonda, impreziosita dalle canzoni dei Wardruna. Probabilmente agli Emmy Awards avrebbe meritato qualche riconoscimento in più.
E poi Vikings aveva un ottimo cast. Siamo sinceri, la serie non avrebbe avuto molto del suo fascino senza l'interpretazione di Travis Fimmel, uno che prima faceva il modello e su cui non avresti scommesso nemmeno un centesimo, ma che è riuscito a dar vita a un personaggio davvero complesso e convincente. Certe faccine stralunate che faceva nei panni di Ragnar non le avrebbe fatte nessuno, davvero. C'erano Katheryn Winnick, Gustaf Skarsgård, Clive Standen, George Blagden, Linus Roache, Gabriel Byrne, tutti davvero convincenti. Certo, condividevano la scena con un certo Alexander Ludwig che sta alla recitazione come Le bizzarre avventure di JoJo stanno alla normalità, ma era uno dei pochi nei nel cast.
Le prime stagioni, dicevo, sono indimenticabili. Non erano perfette, c'erano personaggi meno valorizzati di altri, passaggi troppo sbrigativi o, al contrario, troppo tirati per le lunghe e qualche calo di ritmo davvero fastidioso. Ho ancora gli incubi al ricordo della puntata al tempio di Uppsala in cui per tre quarti d'ora mostrano un documentario sulla spiritualità norrena, non una serie televisiva, e l'unico avanzamento di trama degno di nota avviene nei trenta secondi finali o giù di lì. Però la storia raccontata era complessivamente molto efficace, sapeva coinvolgerti, sorprendenti, lasciarti col fiato sospeso dopo un cliffhanger o strapparti un verso di stupore dopo un colpo di scena ben congeniato. Il finale della seconda stagione o l'assedio di Parigi nella terza da soli valgono tutta la serie, l'ho sempre detto e sempre lo sosterrò.
Poi qualcosa si è rotto. E' troppo facile dire che la colpa sia la morte di Ragnar, che ha privato la serie di un protagonista carismatico: Vikings è sempre stata una serie corale e aveva tutti gli strumenti e le potenzialità per andare avanti in maniera soddisfacente con i personaggi che aveva ancora a disposizione, oltre che con le nuove leve introdotte nella quarta stagione. A un certo punto Hirst non ha saputo più che pesci pigliare e la storia si è incartata su se stessa, su meccanismi sempre uguali e ripetuti fino allo sfinimento: lotte per il potere dai tempi dilatatissimi per far avvenire lo scontro finale solo nell'ultimo episodio; battaglie sempre più inverosimili dal punto di vista della strategia e sempre più ricche di pipponi onirici; sottotrame sentimentali e sessuali in cui tutti tradiscono tutti (la povera Torvi avrà cambiato marito almeno tre-quattro volte) e c'è stato spazio anche per un po' di sadomaso medievale. Persino gli inserti mistici, religiosi e culturali, che nelle prime stagioni erano generalmente ben accetti, qui sono diventati pesanti riempitivi per aggiungere minutaggio e nulla di più. Si sono moltiplicate anche le licenze storiche, e benché io non sia fissato con la fedeltà precisa agli eventi storici, pure ho storto il naso di fronte al progressivo allontanamento della serie dalla realtà.
Già la quarta stagione non brillava più quanto le precedenti. L'inserimento di un personaggio inutile come la cinesina, l'eccessivo indulgere nella rappresentazione della decadenza fisica e interiore di Ragnar (va bene una scena, va bene due, ma già tre sono una rottura di zebedei), una generale lentezza nel portare avanti la narrazione hanno inquinato non poco la stagione che a mio avviso doveva essere la più importante di tutta la serie, quella della caduta e della morte di Ragnar. Ciò non ha impedito di dar vita a uno degli episodi più belli della serie, quello in cui appunto Ragnar muore nella fossa dei serpenti.
Come se non bastasse, dalla quarta stagione in poi i vecchi personaggi sono diventati figurine senza spessore, anche se hanno conservato un po' del loro carisma finché non sono stati fatti fuori uno a uno. Invece i nuovi personaggi (figli di Ragnar in primis, ma anche i fratelli Bellachioma e i principini wessexiani) sono stati gestiti malissimo, rendendoli monodimensionali nel migliore dei casi, scostanti e schizofrenici nel peggiore. Se consideriamo che un nuovo personaggio della quinta stagione è stato pompato tantissimo dalla pubblicità, anche in virtù dell'attore che lo ha interpretato, per poi rivelarsi completamente superfluo nella trama, si ha un'idea completa dello sfacelo di cui mi lamento.
Eppure, Vikings ha saputo stupirmi con la sesta stagione. Proprio quando avevo perso ogni speranza e mi ero rassegnato all'idea di continuare la visione solo per non lasciare a metà la serie (sono uno che odia droppare un prodotto, per quanto brutto possa essere), la qualità è tornata a salire. Beninteso, la sesta stagione non è un capolavoro come le prime tre, ma ha risollevato Vikings dall'obbrobbrio della quinta e di parte della quarta stagione. Allargare gli orizzonti geografici, con l'inclusione dei Rus' di Kiev e poi della Groenlandia e del Vinland, ha sicuramente aiutato, ma ho trovato provvidenziale anche l'inserimento di due nuovi personaggi del calibro di Oleg e di Ohthere, quest'ultimo interpretato da Ray Stevenson che evidentemente ci ha preso gusto ad andare per mare (in Black Sails era Barbanera, pace all'anima sua).
Tuttavia, non posso dire che la sesta stagione sia pienamente riuscita. Vikings è caduto ancora una volta nei soliti errori, ci ha rifilato ancora una volta le solite vicende da soap opera norrena, non è riuscita a darsi un equilibrio conferendo troppo spazio a personaggi insipidi e troppo poco a chi avrebbe meritato un maggiore approfondimento. Essendo la stagione finale, inoltre, ha dovuto concludere il percorso di tutti i protagonisti e anche qui non sono mancate le delusioni. Dopo tante puntate incentrate sulla lotta per il potere a Kattegat, hanno riesumato un vecchio scenario di guerra che sembrava concluso per sempre e in quattro e quattr'otto hanno messo in piedi un ultimo conflitto che, a conti fatti, serviva solo per togliere di mezzo un paio di protagonisti perché sì, dovevano morire. E intanto il trono di Kattegat è andato a una tizia che stava lì per caso ed era stata introdotta solo in questa stagione, per farvi capire quanto sia raffazzonata la scrittura.
L'unica parte che ho davvero apprezzato, nel finale, è stata quella legata al Vinland. Sarà che è un argomento ancora poco trattato e poco noto nella cultura popolare, sarà che in questo frangente è tornato un vecchio personaggio che ho adorato e che speravo tanto di rivedere, sarà che l'insediamento norreno nel Nuovo Mondo ha un senso di perfetta chiusura che altre storylines non hanno, sta di fatto che ho apprezzato la gestione di questo filone.
Con Vikings se ne va una serie che ho amato, poi odiato, poi di nuovo quasi amato, ma che alla fine mi ha lasciato l'amaro in bocca, la consapevolezza che si sarebbe potuto fare molto meglio. Non provo la stessa delusione atroce che mi provocò lo sviluppo finale di Naruto, non provo lo stesso odio viscerale che mi scatenò l'orrendo finale di Game of Thrones (e in generale le stagioni dalla quinta in poi), ma non posso nemmeno dire di essere contento. Anzi, un po' mi dispiace che non ci saranno altre stagioni, perché forse qualche personaggio avrebbe meritato uno sviluppo ulteriore.
Adesso non resta che attendere lo spinoff-sequel-checavolosarà Valhalla, in cui già si parla di Guglielmo il Conquistatore e Haraldr lo Spietato, due personaggi storici che adoro e che hanno avuto delle vite davvero incredibili. Peccato che non si accenni anche ai Normanni del Sud Italia, quelli meriterebbero davvero una serie tutta loro.